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dalle pagine del

 

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Sono geloso perché mi conosco


Nelle sere di primavera segnali lontani, radici, anima aperta.


Primavera metropolitana, la mia primavera. Riassaporo  il  passato fiutando l'aria, sentendo il rumore dei motorini; e riascoltando il passato non sento di essere cambiato, ma sento che il passato entra nel presente, lo modifica, mi parla, mi educa. Il bambino parla all'adulto, l'adulto con tutti i suoi casini si ferma obbligato ad ascoltare il bambino. Molte delle cose che sentivo da bambino le sentirò per sempre.


Quella sera liquidai Chiara con qualche scusa e qualche tenerezza al telefono, poi uscii a piedi verso il bar. Mi sentivo prigioniero della vita, di me stesso, di Chiara… difficile da spiegare: camminavo adagio annusando l’aria fredda, e l’odore mi ricordava qualcosa, dei pezzi di vita, dell’infanzia. Guardavo i tronchi degli alberi, nudi, spogliati dalle foglie, i muri delle case, le finestre. Prigioniero della vita, di questa aria, dei miei ricordi: ricordi che Chiara non conosce, che mia madre non conosce. Ricordi da poco, che a volte mi danno comunque un momento di commozione; da poco, sì, ma sono gli unici che ho… il tempo e lo spazio in cui sono cresciuto, 28 anni e questo scenario: Bologna… 28 anni, come passa in fretta il tempo. 28 anni: che cazzo ho fatto in 28 anni, se morissi adesso? Morire adesso sarebbe una stupidaggine, sarebbe assurdo, ridicolo, sparire per sempre… chiudere qui una vita che è stata una storia senza trama, che è stata solo una timida presenza. Quale trama, quale struttura, quale progetto è stata la mia vita fino ad ora? Quale libro, quale film? O forse tutte le vite sono così: ci frega la letteratura, il cinema, i fumetti. La vita non ha struttura, non ha progetto perché non ne ha bisogno; il cinema, la letteratura hanno bisogno della trama per esistere, altrimenti non potrebbero essere. La vita non è un racconto, non è finzione: ha bisogno soltanto di respirare, e quando il respiro finisce, non finisce né bene né male, finisce e basta. Finisce e basta? Entrai nel bar sforzandomi di sorridere dei miei pensieri confusi, deciso a non pensare più. Un caffè e un amaro…una timida presenza mi rimbombava nella testa… Pagai in fretta dopo aver bevuto lo Jaegermeister, uscii veloce dal bar perché sentivo le lacrime che mi arrivavano agli occhi, e sorpreso di me stesso cominciai a piangere come un bambino. Non pensavo che crescere volesse dire diventare sempre più soli, dicevo a me stesso asciugandomi le lacrime, ma mi sentivo già molto meglio. Forse è vero che ogni tanto piangere fa bene.


Ogni volta che mi dilungo riguardo qualcosa cui tengo, come scrivere, arriva sempre il momento in cui ho la sensazione di perdere del tempo, di essere lontano dalle cose, dalla vita. Mi accorgo come di non resistere a stare più di un certo tempo senza avere cose nuove, nuovi scenari, nuovi movimenti nel mio campo ottico. I miei occhi devono vedere molto, per sentire di vivere. E le mie orecchie sentire. E il mio viso, la mia pelle hanno bisogno del vento, del sole, del freddo per poter vivere, per pensare. E non è mai abbastanza: ho bisogno di spazio, di sentire che lo possiedo e che mi possiede, ho bisogno di non essere mai nello stesso punto; angolazioni diverse. Per questo dopo un po’ che scrivo devo alzare gli occhi dal foglio, e le orecchie dai pensieri per immergermi nel mondo che vedo, che sento. E solo così posso avere e sentire il mondo che immagino, e quindi ancora quello che sento, e poi di nuovo quello che immagino.


Il cuore batte e prima che batta una seconda volta c'è un attimo di silenzio. Anche l'amore non è una linea piatta: va e viene, c'è, non c'è e ritorna, è un continuo andare e venire (come tutte le cose della vita?!). Cioè: un uomo può stare con una donna tutta la vita credendo di amarla. In realtà l'ama e non l'ama, l'ama e non l'ama (potremmo strappare petali tutta la vita...).


Parlare di questi tempi (questo tempo) è il mio sogno e il mio bisogno. E di me, ma non di me per il gusto di raccontarmi (gusto che non ho), di raccontare me isolato, intimo, ma di raccontare me in questo tempo, nel contatto con la gente, con le cose, con le atmosfere: come uno dei tanti, uguale a tutti e diverso da tutti. Fermare qualcosa come trattenuta da un setaccio della vita. Qualcosa, magari poco, ma che sia la verità, una verità minima, ma una verità, e soprattutto che sia una verità non solo mia, ma una verità del mio tempo, di tutti i tempi, dell’uomo, delle cose. Difficile dire perché questo desiderio, questo bisogno che a volte si assopisce, ma che si risveglia all’improvviso.